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Negli anni mi sono chiesto, spesso, perché nel lavoro dell’assistente sociale non si sia mai dato realmente spazio all’elaborazione delle emozioni professionali. La formazione universitaria ci ha insegnato la progettazione, la valutazione multidimensionale, gli strumenti operativi, le normative. Tutto importante, certamente. Ma quando ci siamo trovati davanti al primo bambino maltrattato, alla prima donna vittima di violenza, al primo anziano in totale stato di abbandono, chi ci ha insegnato a gestire quello che abbiamo provato? Chi ci ha dato la possibilità di riflettere sulle storie dolorose che abbiamo sentito? A mio parere, la metodologia è diventata, paradossalmente, anche uno scudo. Concentrarsi sulla procedura, sulla compilazione delle cartelle, sulla verifica degli obiettivi del progetto personalizzato ci ha permesso di non guardare troppo da vicino quello che accadeva dentro di noi. Ma questa “difesa” ha avuto e ha tuttora, dei prezzi altissimi da sostenere per tutti noi: il trauma vicario, il burnout, il boreout, il quiet quitting, rappresentano fenomeni legati allo stress da lavoro correlato, che abitano sempre più frequentemente i nostri luoghi di lavoro. Esistono ragioni storiche e culturali che spiegano questa resistenza. Il servizio sociale italiano si è costruito cercando di affermarsi come professione “seria”, scientifica, riconoscibile. In un contesto in cui si doveva dimostrare competenza e professionalità, parlare di emozioni poteva sembrare un rischio: essere percepiti come “troppo coinvolti”, “poco obiettivi”, addirittura “poco professionali”. La neutralità emotiva è stata spacciata per professionalità, quando invece è spesso solo negazione di quello che accade quotidianamente in migliaia di uffici in tutta la Penisola. C’è poi un aspetto che non possiamo ignorare: il 93% degli assistenti sociali in Italia è donna. E questo dato non è di poco conto rispetto al nostro tema. In una società che ancora fatica a riconoscere il lavoro di cura come lavoro di valore, che tende a considerare le emozioni come “debolezza” piuttosto che come risorsa, non sorprende che una professione a forte prevalenza femminile abbia interiorizzato questa dinamica. Parlare di emozioni e sentimenti nel nostro lavoro ci pone, perciò, nella posizione scomoda di sfidare stereotipi radicati, e di riconoscere che la capacità relazionale ed emotiva può e deve diventare una competenza professionale che va coltivata, supportata, supervisionata. Le conseguenze di questo approccio le vediamo ogni giorno. I dati sulla salute degli assistenti sociali parlano chiaro: livelli altissimi di stress, burnout diffuso, turnover elevato nei servizi, colleghi che abbandonano la professione dopo pochi anni. La ricerca BASIS che conosciamo bene ha documentato scientificamente quello che viviamo sulla nostra pelle: siamo una categoria professionale ad alto rischio per la salute psicofisica. Ascoltare ripetutamente storie di trauma, essere testimoni di sofferenze profonde, dover prendere decisioni che impattano sulla vita delle persone in situazioni di estrema vulnerabilità: tutto questo lascia delle tracce indelebili. Ignorarle non le fa scomparire, le fa sedimentare in modi più insidiosi e dannosi. In questo scenario così buio, si accende una luce: la Supervisione. Credo fermamente che questa pratica professionale debba diventare il luogo dove costruire una nuova cultura del servizio sociale, che possa trasformarsi da adempimento burocratico a spazio protetto dove coltivare e proteggere la dimensione emotiva. La supervisione deve diventare, in maniera costante, il contesto dove si pratica quella riflessività che la nostra professione proclama come valore ma che raramente si traduce in pratica continuativa. E qui arriviamo a un elemento cruciale della questione, le life skills: l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni, l’empatia, il pensiero critico, la capacità di gestire lo stress, la comunicazione efficace, sono competenze che ci permettono di fronteggiare al meglio le complessità e le avversità  del nostro lavoro. Ma quante volte nella formazione universitaria o nei piani formativi troviamo moduli dedicati allo sviluppo di queste capacità negli operatori stessi? Quanto spazio diamo all’apprendimento di pratiche di regolazione emotiva, di gestione dello stress post-traumatico, di cura del sé professionale? Di conseguenza i servizi e le organizzazioni dovrebbero interrogarsi: stiamo creando contesti dove i professionisti possono elaborare quello che vivono quotidianamente, o ci limitiamo a chiedere “resilienza” mentre aumentiamo carichi di lavoro e complessità delle situazioni? Riconosciamo il costo emotivo del lavoro di cura, o continuiamo a darlo per scontato? Serve una presa di coscienza collettiva: investire sulla salute emotiva degli operatori diventa così, prevenzione di interventi meno efficaci, di errori di valutazione dovuti all’esaurimento emotivo, di turnover che impoverisce i servizi e danneggia la continuità delle prese in carico delle persone che supportiamo. Si discute, ormai da tempo, di sostenibilità del sistema di welfare e di giustizia verso chi ogni giorno si confronta con la fragilità e la sofferenza umana. Ma io credo, fortemente, che il cambiamento debba partire da noi stessi, anche se ciò richiede una grossa dose di coraggio: il coraggio di dire che la metodologia senza elaborazione emotiva è monca, il coraggio di legittimare la vulnerabilità professionale come punto di forza, il coraggio di costruire servizi e organizzazioni dove il benessere degli operatori sia pubblici che privati sia prioritario.

È tempo di costruire una nuova visione della professione, dove le life skills smettano di essere marginali e diventino il fondamento stesso su cui poggia ogni competenza metodologica.

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Nel prossimo articolo: “Le ferite invisibili”