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Ricordo con precisione il momento in cui capii che la solidarietà femminile nei luoghi di lavoro fosse una questione molto più complessa di quanto avessi immaginato. Ero ancora agli inizi della mia carriera come educatore in una comunità per minori, l’unico uomo in un’équipe di sei educatrici. Durante una riunione si stava discutendo sulla  gestione di una ragazza particolarmente difficile. Due colleghe, entrambe con tanti anni di esperienza, avevano visioni completamente opposte su come intervenire. La discussione degenerò rapidamente. I toni si alzarono, emersero giudizi sul metodo di lavoro reciproco, commenti sarcastici. A un certo punto una delle due disse: “Facile parlare per te che non hai figli, non sai cosa significa davvero prendersi cura di qualcuno.” L’altra uscii sbattendo la porta. Alla fine, la coordinatrice mi prese da parte e mi disse sottovoce: “Benvenuto nel nostro mondo. Tu non puoi capire fino in fondo, sei uomo.” Quella frase mi accompagnò per molto tempo. Non come una condanna, ma come un invito a guardare la questione da un’altra prospettiva, con occhi diversi. Nel corso degli anni, prima come educatore, poi come operatore socio-sanitario e infine come assistente sociale, mi sono sempre trovato in ambienti lavorativi a totale prevalenza femminile. Questa condizione mi ha dato uno sguardo privilegiato su dinamiche che spesso restano celate. E so bene che il mio essere uomo mi colloca in una posizione particolare, con vantaggi invisibili che le mie colleghe non hanno. Quando iniziai a lavorare in questo settore, ero pieno di ideali. Pensavo che le professioni di cura generassero automaticamente ambienti solidali. La realtà si è rivelata molto più sfaccettata. La solidarietà esisteva ed esiste ancora, io l’ho vista in molte occasioni. Ma convive, oggi come allora, con dinamiche di competizione, giudizio, esclusione. Il paradosso è proprio questo: professioni interamente costruite sulla cura dell’altro, nelle quali le relazioni tra colleghe possono essere complicate, tese, a volte apertamente conflittuali. Sarebbe ingiusto, però, dipingere questi ambienti solo nei loro lati oscuri. Penso a quella mattina in cui una collega arrivò con gli occhi rossi. Nel giro di pochi minuti, senza troppe parole, le altre avevano già riorganizzato i turni. Una si prese carico del gruppo di ragazzi più impegnativo, un’altra gestii la riunione, una terza le portò un caffè.  Ricordo ancora una giovane collega che affrontava la sua prima segnalazione per allontanamento. Le colleghe più esperte la presero per mano, non solo tecnicamente ma soprattutto emotivamente. La sostennero dopo le prime visite difficili, le raccontarono i loro primi casi, le loro paure. Le fecero capire che non era sola. Ho visto reti informali di mutuo aiuto organizzarsi velocemente e funzionare perfettamente. Quando qualcuna doveva assentarsi per un figlio malato, c’era sempre chi la copriva, non per obbligo ma per comprensione reciproca profonda. Eppure ho, anche, avuto modo di osservare luoghi dove il riconoscimento professionale è scarso, dove le possibilità di avanzamento di carriera sono limitate. E in queste circostanze ho visto nascere forme di competizione sotterranea. Non aperta e diretta, ma più sottile, non per questo meno dolorosa. Una collega che ottenne un incarico importante divenne oggetto di commenti sarcastici. “Certo, lei ha tempo per fare formazione, non ha figli da crescere.” Il merito veniva sminuito, attribuito a fattori esterni piuttosto che alla sua oggettiva competenza. Ho assistito alla cosiddetta “queen bee syndrome”. Alcune donne in posizioni di coordinamento sembravano dimenticare le difficoltà affrontate quando si trovavano “ai piani più bassi”. Invece di tendere la mano alle più giovani, diventavano ancora più esigenti, critiche, distanti. Un’assistente sociale mi disse: “Con lei è peggio che con un capo uomo. Pretende la perfezione in tutto”. I giudizi tra colleghe possono essere spietati. Sulle scelte di maternità, sulle modalità di lavoro, sull’aspetto, persino sulla vita privata. Come se ogni decisione personale diventasse terreno di valutazione professionale. Quello che mi ha sempre colpito e mi colpisce tutt’ora, è la durezza che si riscontra in alcune dinamiche relazionali femminili. Alla luce di tutto ciò, osservando queste contraddizioni ho iniziato a interrogarmi sui miei privilegi. Ho impiegato tempo per capirlo. La verità è che anche in ambienti a totale prevalenza femminile, io godevo di vantaggi invisibili ma reali. Quando parlavo in riunione, la mia voce aveva un peso diverso. Le mie opinioni venivano accolte con serietà immediata, mentre colleghe competentissime dovevano argomentare il doppio per ottenere lo stesso ascolto. Non venivo mai giudicato sulla vita privata. Se arrivavo stanco, era “una giornata pesante”. Se arrivava stanca una collega, partivano le speculazioni. Quando mi è capitato di chiedere  congedo parentale, sono stato guardato con ammirazione. “Bravo, sei un padre moderno.” Le colleghe che chiedevano permessi per i figli erano “il solito problema delle mamme lavoratrici.” Inoltre, potevo permettermi di restare fuori dai conflitti. Quando le tensioni salivano, rimanevo in una zona neutra. Non dovevo schierarmi. Le mie colleghe, al contrario, erano immerse in quelle relazioni, dovevano gestirle, subirle. Ma forse proprio questa possibilità di restare ai margini mi ha permesso di osservare tali interazioni con lucidità. Il punto è questo: le colleghe devono essere, sempre, competenti come professioniste, ma anche materne, empatiche, accoglienti. Autorevoli ma non autoritarie, ferme ma non rigide, sensibili ma non fragili. Devono gestire il carico emotivo del lavoro e quello della vita familiare. Essere presenti, disponibili, all’altezza. E tutto questo in professioni sistematicamente sottovalutate e sottopagate, perché considerate “naturalmente” femminili. Perciò, alla luce della mia esperienza, sono arrivato a una conclusione: la solidarietà femminile nei luoghi di lavoro non è un dato naturale. È una costruzione, un’azione quotidiana, una scelta consapevole fatta contro forze organizzative che spingono in una direzione opposta. La domanda giusta non è se la solidarietà femminile esista o meno, ma quali condizioni le permettono di esserci. Le organizzazioni hanno una enorme responsabilità in tutto ciò! Le professioni di cura, perché femminilizzate, vengono sistematicamente svalutate. Questo crea una pressione specifica per le operatrici: dover dimostrare continuamente di valere. In questa continua prova, la solidarietà può diventare un miraggio. Forse la vera domanda è: come fa la solidarietà a esserci, ancora, nonostante tutto? Perché quando c’è, è una cosa straordinaria.

Quando ripenso a quella riunione di anni fa, alle due educatrici che si scontrarono mentre io le osservavo in silenzio, mi chiedo che cosa avrei potuto fare di diverso. Forse intervenire, nominare l’elefante nella stanza, creare uno spazio per parlare non solo del caso ma delle tensioni che lo attraversavano. Forse semplicemente riconoscere che quello scontro nasceva da una fatica condivisa, da un sistema che ci voleva tutti più fragili e divisi. La solidarietà non è un destino né una condanna. È una possibilità che va coltivata, protetta, nutrita. E questo richiede impegno collettivo, consapevolezza delle dinamiche di potere, disponibilità a mettere in discussione privilegi e rendite di posizione. Richiede organizzazioni che investano davvero nel benessere lavorativo, che valorizzino le professioni di cura, che creino condizioni per cui la collaborazione sia più conveniente della competizione. Che sostengano richieste di migliori condizioni, di riconoscimento, di valorizzazione economica. Io continuo a osservare, a imparare, a interrogarmi. Con l’umiltà di chi sa che il suo sguardo è parziale, limitato, privilegiato. Ma anche con la convinzione che proprio questo sguardo esterno, se accompagnato da ascolto autentico e disponibilità a mettersi in discussione, possa contribuire a una riflessione collettiva necessaria. Perché alla fine, costruire ambienti di lavoro più solidali, più giusti, più umani non è un’utopia. È una necessità, per tutte e tutti noi che abbiamo scelto professioni dedicate alla cura degli altri. E forse dovremmo iniziare proprio da qui: dal prenderci cura di noi stessi, delle relazioni con le colleghe e con i colleghi. Con la stessa dedizione, la stessa attenzione, la stessa generosità che ogni giorno portiamo nel nostro lavoro.

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