Ascolta l’episodio:
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Sono un assistente sociale. Da anni difendo il nostro operato, spiego cosa facciamo davvero, cerco di smontare stereotipi e narrazioni distorte. Eppure oggi voglio fare qualcosa di diverso. Voglio proporre delle domande scomode, perché credo che solo attraverso un’onesta autocritica possiamo iniziare a ricostruire la nostra professione. Ho letto i dati dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza (ONSEPS) relativi al 2024, estrapolati dall’articolo inserito in sitografia e mi sono fermato a riflettere. Noi assistenti sociali siamo la categoria con il tasso di aggressioni più alto: 6,5 episodi per persona, per un totale di 6.867 aggressioni su 1.055 colleghi. È il dato più elevato tra tutte le professioni sanitarie e socio-sanitarie. È facile, e in parte legittimo, attribuire tutto al “caso Bibbiano”, alla speculazione mediatica, alla disinformazione. Sì, tutto questo esiste e ha avuto un impatto devastante. In questo clima, anche le minacce di morte sono diventate ormai una routine settimanale. Ma se mi fermo qui, alla sola denuncia dell’ingiustizia subita, resto nella posizione della vittima. E francamente non mi va. Se veniamo attaccati da anni, sempre nello stesso modo, con le stesse accuse (“rubabambini”, professionisti freddi, burocrati insensibili), forse è il momento di chiederci perché questa narrazione attecchisce così facilmente nell’opinione pubblica. Non sostengo che sia vera. Mi limito solo a far notare che evidentemente qualcosa le persone percepiscono, vivono, raccontano. E se non capiamo cosa sia quel “qualcosa”, continueremo a difenderci da un fantomatico nemico che non riusciamo a vedere chiaramente. Vi propongo alcune domande e riflessioni su alcune tematiche, che nascono dalla mia esperienza, da conversazioni con colleghi, supervisioni, confronti. Rappresentano solo pensieri e non accuse. Punti di partenza, e non superficiali sentenze.
La comunicazione. Sappiamo comunicare con le famiglie? Davvero? O spesso diamo per scontato che il linguaggio tecnico, le procedure, le tempistiche siano comprensibili e accettabili per chi sta vivendo un momento di crisi nella propria vita? Quante volte una relazione si è deteriorata non per il contenuto di un intervento, ma per come è stato comunicato? Ho letto la vicenda dei “bimbi nel bosco” in Abruzzo. Al di là della questione in se, su cui non mi esprimo perché non conosco il fascicolo, mi ha colpito una frase nella ricostruzione giornalistica: i genitori “sentivano l’accerchiamento, il giudizio preventivo di un sistema che non comprendeva la loro scelta di vita.” Ora, che quella sensazione fosse giustificata o meno, il fatto che l’abbiano provata è un segnale che dobbiamo interpretare da più prospettive e soprattutto che merita uno spazio di riflessione adeguata. E rimane, comunque il fatto che probabilmente non sempre riusciamo a raccontare chi siamo e soprattutto a trasmettere il nostro agire professionale in maniera efficace ed empatica.
Il peso della burocrazia. Quanto tempo dedichiamo alle relazioni con le persone e quanto alle relazioni scritte? In quale misura i vincoli organizzativi, i carichi di lavoro insostenibili, le carenze di organico ci hanno trasformato, nostro malgrado, in compilatori di moduli più che in professionisti della relazione d’aiuto? Non è colpa nostra se i servizi sono sotto-finanziati. Ma è responsabilità nostra denunciarlo con più forza, e nel frattempo trovare modi per non perdere l’essenza del lavoro che svolgiamo quotidianamente.
La formazione. Impariamo a scrivere relazioni ineccepibili, a padroneggiare metodi e tecniche. Ma la gestione del conflitto, la comunicazione di decisioni difficili, Il fronteggiamento dell’aggressività senza chiuderci in noi stessi, rappresentano dinamiche che conosciamo? Su questo, e non solo, possiamo e dobbiamo fare molto di più.
Il corporativismo eccessivo. Quando veniamo attaccati, la reazione istintiva è fare quadrato. È comprensibile, è umano. Ma a volte questo si trasforma in un atteggiamento difensivo che rifiuta qualsiasi critica, anche quelle legittime. E così confermiamo l’immagine di una categoria chiusa, autoreferenziale, che non ammette errori.
Non ho ricette magiche. Ma ho alcune idee su cui credo dovremmo lavorare come comunità professionale.
Investire sulla comunicazione pubblica. Non basta spiegare cosa facciamo quando scoppia un caso mediatico. Dobbiamo costruire una narrazione quotidiana, fatta di storie (nel rispetto della privacy), di volti, di umanità. I social media, i blog, i podcast possono essere nostri alleati. Impariamo a raccontare chi siamo, prima che a farlo siano solo i titoli sensazionalistici della testata giornalistica di turno.
Pretendere la supervisione come un nostro diritto imprescindibile. La supervisione è uno strumento essenziale per elaborare il carico emotivo, per riflettere sul nostro operato, per migliorare. Un assistente sociale che partecipa a questo tipo di percorso, è un professionista più consapevole, meno difensivo, più capace di mettersi in discussione. Anche gli enti privati e non solo i pubblici devono garantire questi “contenitori emotivi” a tutte le operatrici e gli operatori indistintamente.
Aprirci al confronto. Con altre professioni, con le famiglie, con le comunità. Uscire dagli uffici, organizzare momenti di incontro che non siano solo “convocazioni”. Mostrare che siamo persone, prima che professionisti incardinati in complesse organizzazioni burocratiche.
Ammettere i limiti del sistema. Possiamo essere i migliori professionisti del mondo, ma se lavoriamo in servizi con rapporti operatore/utenti insostenibili, se non abbiamo tempo per la relazione, se siamo costretti a interventi emergenziali senza poter fare prevenzione, i risultati saranno sempre parziali.
Accogliere le critiche legittime. Non tutte le critiche sono attacchi ingiustificati. Alcune famiglie hanno davvero vissuto esperienze negative con i servizi sociali. Ascoltarle, capire cosa non ha funzionato, è l’unico modo per poter migliorare.
Rivendicare la dignità della nostra professione e mettersi in discussione non sono posizioni contraddittorie. E’, quindi, ora di assumerci le nostre responsabilità per costruire nuovi e più solidi percorsi per il Servizio Sociale.
Sitografia
Nel prossimo articolo: “Una professione che sente il bisogno di cambiare”