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Laura ha trentanove anni e da dodici lavora come assistente sociale in un consultorio familiare di periferia. Quando la coordinatrice le comunica che quest’anno dovrà seguire una tirocinante, sente lo stomaco chiudersi. “Non ho tempo”, risponde secca. “Abbiamo già due colleghe in maternità e io sto gestendo il doppio dei casi.” “Lo so, ma l’università ha chiamato tre volte. Nessuno vuole prendere studenti quest’anno.” Laura firma il modulo con rabbia. Un’altra cosa da fare, un’altra responsabilità non retribuita, un’altra persona alla quale spiegare quello che già fatico a gestire da sola. Beatrice, ventiquattro anni, ultimo anno di laurea magistrale, ha chiamato diciassette enti prima di trovare qualcuno disposto ad accoglierla. “Siamo pieni”, “Non abbiamo personale formato per seguirvi”, “Riprova il prossimo semestre”. L’università le ripete che il tirocinio è obbligatorio, ma nessuno sembra voler aprire la porta. Quando finalmente il consultorio accetta, Beatrice firma sollevata, ignorando il tono freddo della coordinatrice al telefono. “Presentati lunedì alle nove. La dottoressa ti aspetta.” Il primo giorno Laura è in ritardo. Beatrice aspetta in corridoio quaranta minuti, stringendo la cartellina con il progetto formativo. Quando Laura arriva, ha già due telefonate urgenti da fare e una famiglia da ascoltare. “Siediti lì”, dice indicando una sedia nell’angolo. “Osserva e prendi appunti. Ti spiego dopo.” Ma il dopo non arriva mai. Il colloquio si protrae, poi c’è un’emergenza con i servizi sociali del Comune, poi una riunione non programmata. Alle due Laura saluta frettolosa: “Ci vediamo giovedì.” Beatrice torna a casa con tre pagine di appunti confusi e la sensazione di aver sprecato una giornata. Giovedì Laura si ricorda di lei solo quando la vede seduta in sala d’attesa. “Scusa, oggi è un casino. Puoi leggere questi fascicoli? Censura i nomi, ovviamente.” Beatrice passa quattro ore a leggere storie di violenza, povertà, dipendenze. Nessuno le spiega cosa dovrebbe cercare, cosa dovrebbe capire. Quando prova a fare domande, Laura risponde mentre controlla le mail: “È tutto scritto lì dentro.” La terza settimana Beatrice chiede timidamente: “Potrei partecipare a un colloquio? Anche solo osservare?” Laura la guarda come se avesse chiesto qualcosa di assurdo. “I colloqui sono delicati. Le persone si aprono difficilmente, figurati con una sconosciuta nella stanza.” “Ma come faccio a imparare se non vedo?” “Leggi i verbali. C’è tutto.” Ma nei verbali non c’è il tono di voce, il linguaggio del corpo, il silenzio che dice più delle parole. Non c’è il momento in cui decidi se incalzare o aspettare, se sostenere o confrontare. Beatrice studia teorie che non riesce a vedere applicate, tecniche che rimangono astratte. Il progetto formativo prevede obiettivi specifici: acquisire competenze del setting del colloquio, partecipare alla stesura di progetti personalizzati, conoscere la rete territoriale. Ma Laura non ha mai letto quel documento. È in un cassetto insieme ad altre carte che nessuno consulta. “L’università chiede sempre cose impossibili”, dice quando Beatrice prova a tirarlo fuori. “Come se avessimo tempo per progetti formativi strutturati.” Un giorno Beatrice viene convocata dall’università per il primo incontro di monitoraggio. Il tutor accademico le chiede come procede. “Bene”, risponde, perché non sa cos’altro dire. “Sto imparando molto.” Ma la notte scrive nel suo diario: “Sono qui da due mesi e non so ancora cosa significhi davvero fare questo lavoro. Guardo Laura correre da un’emergenza all’altra e mi sento inutile. Mi chiedo se ho scelto la professione sbagliata.” Anche Laura quella sera sfoga la sua frustrazione con il compagno: “Mi hanno appioppato una studentessa che non capisce che qui non siamo all’università. Vuole che le spieghi tutto, che la coinvolga, che le dedichi tempo. Ma io a malapena riesco a rispondere alle urgenze. E poi si lamenta, lo vedo dallo sguardo. Come se fossi io la cattiva.” La situazione precipita durante una visita domiciliare. Laura deve valutare una situazione segnalata dalla scuola: bambino di otto anni, possibile trascuratezza. “Vieni”, dice a Beatrice. “In macchina mi prepari le domande che faresti tu.” Beatrice si impegna, studia il fascicolo, prepara uno schema. In auto espone il suo approccio: domande aperte, osservazione dell’ambiente, attenzione ai segnali non verbali. Laura la ascolta a metà, concentrata sul traffico e su una mail urgente. “Va bene, sì.” In casa trovano una donna stremata, tre figli piccoli, nessun sostegno familiare. Laura conduce il colloquio con efficienza meccanica: domande dirette, note rapide, nessuna pausa. Beatrice osserva e sente crescere un disagio. Quella donna ha bisogno di essere ascoltata, non interrogata. Quando escono, non resiste: “Forse avremmo potuto dedicarle più tempo. Sembrava che volesse raccontare…” “Non è un colloquio terapeutico”, taglia corto Laura. “Dovevo valutare la situazione, non fare psicoterapia. E l’ho valutata: seguiremo il caso, ma non c’è urgenza.” “Ma la donna sembrava disperata.” “Sono tutte disperate. Se mi fermo ad ascoltare tutti, non vedo più nessuno.” Il resto del viaggio scorre in silenzio. Beatrice chiama la sua tutor accademica. “Non ce la faccio più. Non sto imparando niente, mi sento solo un peso.” La tutor, che ha sentito questo sfogo decine di volte, risponde con stanchezza: “Cerca di resistere. Mancano quattro mesi.” “Ma così che senso ha? Sto perdendo tempo.” “Se interrompi ora dovrai ricominciare da zero. E trovare un’altra sede sarà ancora più difficile.” Quella sera Laura riceve una mail dall’università: il tutor accademico chiede un incontro per discutere del percorso formativo. Laura sbuffa. Un’altra riunione, un’altra ora sottratta al lavoro reale. Durante l’incontro il tutor elenca gli obiettivi non raggiunti: Beatrice non ha mai condotto un colloquio, non ha partecipato alla stesura di progetti, ha solo osservato marginalmente. “È normale”, si difende Laura. “Il tirocinio è osservazione. Non possiamo farle fare cose per cui non è qualificata.” “Ma l’osservazione deve essere guidata”, ribatte il tutor. “Servono momenti di confronto, analisi condivisa dei casi…” “Io non ho tempo per analisi condivise”, esplode Laura. “Ho quaranta famiglie da seguire, emergenze quotidiane e nessun supporto. Mi avete scaricato una studentessa senza chiedermi se avevo le risorse per seguirla, senza offrire niente in cambio. Né riduzione del carico, né compenso, né riconoscimento. E adesso venite a dirmi che non sto facendo abbastanza?” Il tutor tace. Sa che Laura ha ragione. Il sistema del tirocinio in Italia si regge su professionisti sovraccarichi che dovrebbero formare gratuitamente, su enti che accolgono studenti per obbligo più che per scelta, su un’università che pretende senza offrire strumenti. “Capisco le difficoltà”, dice alla fine. “Ma Beatrice ha diritto a un’esperienza formativa adeguata.” “E io ho diritto a non essere spremuta oltre ogni limite”, risponde Laura alzandosi. “Se l’università vuole tirocini di qualità, dovrebbe investire su chi li fa. Non scaricare tutto su di noi.” Dopo quella riunione qualcosa si spezza definitivamente. Laura evita Beatrice, le assegna solo compiti marginali: archiviazione, fotocopie, lettura di normative. Beatrice si presenta perché deve, conta i giorni mancanti, si sente umiliata. A fine tirocinio, quando deve compilare il questionario di valutazione, è tentata di scrivere tutto: la mancanza di supervisione, l’assenza di opportunità formative, la sensazione di essere stata un ingombro. Ma poi pensa che Laura firmerà la sua valutazione finale, che ha bisogno di quei crediti per laurearsi. Scrive: “Esperienza complessivamente positiva.” Laura legge la relazione finale di Beatrice, piena di riflessioni teoriche su casi che ha solo intravisto. Deve valutarla. Potrebbe essere onesta: scarsa partecipazione, obiettivi non raggiunti. Ma sa che dietro quel foglio c’è una ragazza che ha passato sei mesi a sentirsi inutile in un sistema che non funziona. Non è colpa sua. Non è nemmeno colpa di Laura. Scrive: “Studentessa motivata, ha dimostrato interesse per le attività del servizio.” Firma senza rileggerla. Beatrice si laurea con una tesi brillante sul lavoro di comunità. Durante la discussione parla di empowerment, partecipazione, approcci innovativi. I professori la lodano. Nessuno le chiede cosa ha davvero imparato durante il tirocinio. Quando cerca lavoro, gli enti le chiedono esperienza. “Ho fatto sei mesi di tirocinio”, risponde. Ma dentro sa che quella esperienza le ha insegnato soprattutto cosa non vuole diventare: una professionista così schiacciata dal sistema da non avere più energie per trasmettere il proprio sapere. Laura continua a lavorare nel consultorio. Quest’anno la coordinatrice le ha chiesto di nuovo di prendere una tirocinante. Ha rifiutato. “Non è giusto né per me né per lei”, ha detto. “Non posso offrire quello che meriterebbe.” La coordinatrice ha insistito: “Ma allora chi lo fa?” Laura ha risposto con una domanda: “Perché dovrei farlo gratis, nel poco tempo che mi resta, senza formazione su come supervisionare, senza che nessuno riconosca questo impegno?”
La domanda è rimasta sospesa, senza risposta. Come rimangono sospese centinaia di richieste di tirocinio ogni anno. Come rimangono sospesi i percorsi di giovani professionisti che dovrebbero imparare sul campo ma trovano solo porte chiuse o supervisori esausti. Come rimane sospeso un intero sistema formativo che pretende qualità senza investire risorse. Non tutte le storie di tirocinio sono così. Esistono supervisori che, nonostante tutto, trovano tempo e energie per formare davvero gli studenti. Esistono enti che investono nella formazione, che riducono il carico di chi segue tirocinanti, che riconoscono questo ruolo. Esistono ragazze e ragazzi che, pur nelle difficoltà, riescono a costruire esperienze significative. Ma la storia di Laura e Beatrice ci obbliga a guardare quello che preferiamo ignorare: un sistema che chiede tutto a chi è già al limite, che trasforma la formazione in un peso anziché in un’opportunità, che produce professionisti frustrati e studenti delusi. Che continua a riprodursi perché nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce che così non funziona. E forse la prima cosa da fare, prima di ogni riforma, è semplicemente riconoscere questa verità: il tirocinio in Italia non funziona per cattiva volontà dei singoli, ma per un sistema che ha smesso di investire sulla formazione pretendendo che si autoalimenti. Finché non lo ammetteremo, continueremo a sentire di storie come questa.
Nel prossimo articolo: “Quando la relazione d’aiuto diventa pericolosa”