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Giovedì mattina, ore 9.30. Anna entra nel tuo ufficio con lo sguardo basso e le spalle curve. Dovrebbe essere il colloquio in cui firmate insieme il progetto personalizzato che avete costruito nelle settimane precedenti, ma qualcosa nel suo linguaggio del corpo non ti convince. Lei: “Sì, va tutto bene, possiamo procedere”, ma il tono è piatto, meccanico. I suoi occhi evitano i tuoi e le sue mani giocano nervosamente con la borsa. Un operatore sociale “distratto” procederebbe con la firma, rispettando i precedenti accordi. Un operatore sociale emotivamente intelligente si ferma, riconosce la dissonanza tra quello che Anna dice e quello che comunica e sceglie di esplorare questo spazio intermedio dove spesso si nascondono le verità più importanti. “Anna,” dici, posando i documenti, “Ho l’impressione che ci sia qualcos’altro che vuoi dirmi. Sbaglio?” E in quel momento, finalmente, lei alza lo sguardo e inizia a raccontare della telefonata ricevuta la sera prima, della paura che ha fatto crollare tutte le sue certezze, del progetto che ora le sembra impossibile da realizzare. Questo è il potere dell’intelligenza emotiva nel lavoro sociale: la capacità di leggere oltre le parole, di sintonizzarsi sulle emozioni nascoste, di creare quello spazio relazionale sicuro dove le persone possono essere autentiche. È una competenza professionale precisa, misurabile, sviluppabile, che fa la differenza tra un intervento superficiale e uno che tocca davvero il cuore del problema. L’intelligenza emotiva è lo strumento principale con cui lavoriamo, la lente attraverso cui leggiamo le situazioni, la chiave che apre porte che la sola competenza tecnica lascerebbe chiuse. Le persone che incontriamo nel nostro lavoro raramente ti presentano i loro problemi in modo lineare e razionale; lasciano trasparire emozioni contrastanti, difese, paure, speranze nascoste dietro la rabbia o disperazione mascherata da indifferenza. Parliamo di Marco, educatore in una comunità per adolescenti. Mi racconta di Lorenzo, sedici anni, che per settimane aveva risposto a ogni tentativo di dialogo con borbottii monosillabici e sguardi di sfida. “Tutti mi dicevano che era un ragazzo difficile, oppositivo. Io vedevo un ragazzo spaventato che usava l’aggressività come armatura.” Marco ha iniziato a osservare non solo quello che Lorenzo diceva, ma anche il suo linguaggio del corpo. “Ho notato che Lorenzo diventava particolarmente aggressivo nei giorni in cui sua madre non veniva a trovarlo. Ho iniziato a collegare la sua rabbia alla delusione, la sua provocazione al bisogno di attenzione. Invece di rispondere all’aggressività con i limiti educativi, che pure sono necessari, ho iniziato a rispondere al bisogno emotivo sottostante.” Il risultato? Lorenzo ha iniziato lentamente ad abbassare le difese, a raccontare della paura di essere abbandonato, a lavorare costruttivamente sul suo percorso di crescita. Questa è intelligenza emotiva applicata: la capacità di leggere le emozioni proprie e altrui, di comprendere come influenzano i comportamenti, di utilizzare questa comprensione per migliorare la qualità della relazione e l’efficacia dell’intervento. Silvia, assistente sociale in un consultorio familiare, ha imparato questa lezione lavorando con coppie in crisi. “All’inizio mi concentravo sui problemi pratici: la gestione economica, l’organizzazione dei figli e la divisione dei compiti domestici. Tecnicamente facevo tutto, come da manuale. Poi ho iniziato a prestare attenzione alle emozioni che si rivelavano durante i colloqui: la rabbia non espressa di lui, la tristezza che lei nascondeva dietro le lamentele e la paura che entrambi avevano di essere vulnerabili.” Silvia ha iniziato a verbalizzare quello che osservava: “Vedo che quando parli di questo argomento, il tuo viso si tende. Immagino che sia doloroso per te.” Oppure: “Ho l’impressione che sotto questa discussione sui soldi ci sia qualcos’altro che vi sta preoccupando. Mi sbaglio?” Questo approccio ha trasformato i suoi colloqui da sedute di pura mediazione tecnica a spazi di elaborazione emotiva, con risultati molto più duraturi. Ma l’intelligenza emotiva nel lavoro sociale non riguarda solo la capacità di leggere le emozioni degli altri. Riguarda soprattutto la capacità di riflettere sulle proprie.  Luca, operatore in un servizio per le dipendenze, racconta di quel periodo in cui si portava a casa tutta la frustrazione dei fallimenti professionali. “Un utente continuava a ricadere nonostante tutti i nostri sforzi. Ogni volta che lo vedevo arrivare in condizioni pietose, dentro di me montava una rabbia incredibile. Non verso di lui, ma verso l’impotenza della situazione. Questa rabbia mi stava consumando e, senza rendermene conto, stava influenzando il mio modo di lavorare con tutti gli altri.” Luca ha dovuto imparare a riconoscere i segnali della propria frustrazione, la tensione alle spalle, l’accelerazione del battito cardiaco, i pensieri critici automatici  e a sviluppare strategie per gestirla nel momento presente. “Ho iniziato a prendermi qualche minuto tra un colloquio e l’altro per respirare consapevolmente, per riconoscere quello che stavo provando senza giudicarlo. Mi ripetevo: ‘È normale essere così in questa situazione. Posso provare frustrazione e allo stesso tempo rimanere professionale.'” La capacità di autoregolazione emotiva non è solo benessere personale, è una competenza professionale. Un professionista che non sa gestire le proprie emozioni difficilmente potrà aiutare gli altri a gestire le loro. Le emozioni sono contagiose: se partecipi ad un colloquio portandoti dietro l’ansia della giornata, quella ansia influenzerà la qualità della relazione. Se affronti una situazione difficile già carico di frustrazione, quella frustrazione colorerà la tua capacità di ascolto e comprensione. Federica, psicologa in un servizio per minori, ha sperimentato direttamente questo principio. “C’era un periodo in cui la mia vita privata era particolarmente stressante. Pensavo di riuscire a tenere separate le due dimensioni, ma mi sbagliavo. I bambini che seguivo iniziavano a mostrarsi più irrequieti durante i nostri incontri, i genitori sembravano meno collaborativi. Ho capito che la mia tensione interna si stava trasmettendo anche se cercavo di nasconderla.” Federica ha iniziato a dedicare i primi minuti di ogni giornata lavorativa al “reset emotivo”:  cioè riconoscere quello che porti con te dalla vita privata, accoglierlo senza giudicarlo e consciamente scegliere di concentrarsi sul presente. “Non significa cancellare le mie emozioni personali, significa non permettere che interferiscano inconsapevolmente con il mio lavoro.” L’intelligenza emotiva si manifesta anche nella capacità di adattare il proprio stile comunicativo alle caratteristiche peculiari della persona che hai di fronte. Non tutti elaborano le emozioni allo stesso modo, non tutti sono pronti ad affrontare determinati argomenti con la stessa intensità e non tutti hanno la stessa capacità di verbalizzare quello che provano. Giovanni, educatore professionale, lavora con adulti con disabilità intellettiva. “Ho imparato che ogni persona ha il suo ‘linguaggio emotivo’. C’è chi esprime la tristezza attraverso il silenzio, chi manifesta la paura con l’agitazione motoria, chi comunica la gioia con il contatto fisico. Il mio compito è imparare a decifrare questi linguaggi individuali e rispondere in modo coerente.” Giovanni racconta di Maria, una donna di quarant’anni con sindrome di Down che per settimane aveva mostrato comportamenti di chiusura e rifiuto. “Tutti interpretavano i suoi comportamenti come oppositività, ma io vedevo qualcos’altro. Osservando attentamente, ho notato che la chiusura si intensificava nei momenti di cambiamento o quando c’erano troppi stimoli contemporaneamente. Non era oppositività, era sovraccarico emotivo.” Giovanni ha iniziato a modulare l’ambiente e le attività in base alle capacità di elaborazione emotiva di Maria, introducendo i cambiamenti gradualmente, creando rituali di transizione, offrendo spazi di decompressione quando necessario. “Il risultato è stato sorprendente. Maria ha iniziato a mostrarsi più serena, più collaborativa, più curiosa verso le attività. Non avevo cambiato lei, avevo cambiato il mio modo di rapportarmi alle sue emozioni.” La capacità di adattamento emotivo è particolarmente importante quando lavoriamo con culture diverse dalla nostra. Le emozioni sono universali, ma i modi di esprimerle e gestirle sono culturalmente determinati.  Amina, mediatrice culturale in un servizio per immigrati, sottolinea questo aspetto: “Ho imparato che quello che per me poteva sembrare distacco emotivo, per alcune donne del mio paese d’origine era in realtà un modo culturalmente appropriato di gestire il dolore in presenza di estranei. Se mi fossi fermata alla prima impressione, avrei perso informazioni preziose sulla loro reale condizione emotiva.” Amina ha sviluppato strategie specifiche per creare ponti emotivi tra culture diverse: “Uso molto il linguaggio del corpo, i silenzi, le metafore. Chiedo alle persone di raccontarmi come si esprimono le emozioni nella loro cultura, cosa significa per loro essere tristi o arrabbiati. Questo non solo mi aiuta a comprenderli meglio, ma li fa sentire valorizzati e rispettati nella loro diversità.” L’intelligenza emotiva nel lavoro sociale include anche la capacità di utilizzare le proprie emozioni come strumenti professionali. Le emozioni che provi durante un colloquio o in relazione a una specifica situazione spesso ti stanno comunicando informazioni preziose che la sola analisi razionale potrebbe non cogliere. Roberto, assistente sociale in un servizio territoriale, racconta: “Avevo una famiglia che seguivo da mesi. Sulla carta tutto sembrava andare bene: i genitori collaboravano, i bambini frequentavano regolarmente la scuola, non c’erano segnalazioni particolari. Eppure ogni volta che uscivo da casa loro mi sentivo a disagio, come se ci fosse qualcosa di non autentico.” Roberto ha iniziato a prestare attenzione a questo disagio invece di ignorarlo. “Ho iniziato a osservare più attentamente le dinamiche familiari, a fare domande diverse, a notare quello che non veniva detto oltre a quello che veniva detto. Dopo alcune settimane ho scoperto che il padre aveva ricominciato a bere e che la famiglia aveva costruito un elaborato sistema di copertura per nasconderlo.” Il disagio emotivo di Roberto era stato un segnale prezioso che qualcosa non quadrava nella situazione, anche se a livello razionale tutto sembrava normale. Questa capacità di utilizzare le proprie reazioni emotive come bussola professionale è uno degli aspetti più raffinati dell’intelligenza emotiva applicata al lavoro sociale. Ma attenzione: utilizzare le emozioni come strumenti professionali significa utilizzarle come ipotesi da verificare, come punti di partenza per approfondimenti. L’intelligenza emotiva funziona quando si integra con la competenza tecnica, non quando la sostituisce. Elena, psicologa in un consultorio, ha imparato questa distinzione lavorando con adolescenti. “C’era questo ragazzo che mi metteva sempre in ansia durante i colloqui. Inizialmente pensavo fosse un problema mio, che stessi proiettando qualcosa di personale. Poi ho iniziato a chiedermi: cosa mi sta comunicando questa ansia? Cosa sto percependo che ancora non riesco a verbalizzare?” Elena ha iniziato a esplorare questa sensazione attraverso domande più specifiche, osservazioni più attente e consultazioni con i colleghi. “Ho scoperto che il ragazzo stava vivendo pensieri di autolesionismo che non riusciva a esprimere direttamente. La mia ansia stava captando una sofferenza che lui non sapeva comunicare a parole.” L’intelligenza emotiva richiede anche la capacità di creare sicurezza per le persone che incontriamo. Molte delle persone che seguiamo hanno vissuto relazioni caratterizzate da giudizio, critica e abbandono. Prima di poter lavorare sui contenuti specifici, dobbiamo creare un ambiente relazionale dove le persone si sentano sicure, anche nella loro vulnerabilità. Paola, educatrice in una comunità per donne vittime di violenza, ha fatto di questo principio il cardine del suo lavoro. “Le donne che arrivano da noi hanno spesso paura di fidarsi, hanno imparato che mostrare le proprie emozioni può essere pericoloso. Il mio primo compito è creare uno spazio dove possano iniziare a sentirsi sicure.” Paola ha sviluppato tecniche specifiche per costruire questa sicurezza: “Uso molto la validazione emotiva, riconosco e legittimo quello che stanno provando senza cercare subito di cambiarlo. Sono trasparente sui miei processi mentali ,spiego perché faccio certe domande, cosa sto osservando, quali sono i miei obiettivi. Rispetto i loro tempi senza forzare aperture premature.” Il risultato è che le donne iniziano gradualmente ad abbassare le difese, a esplorare emozioni che avevano imparato a nascondere, a riconnettersi con parti di sé che la violenza aveva ferito o anestetizzato. “Quando una donna inizia a piangere per la prima volta dopo mesi di apparente controllo, io so che sta iniziando a guarire. Quelle lacrime sono un segnale di fiducia, non di debolezza.” L’intelligenza emotiva nel lavoro sociale include anche la capacità di gestire le emozioni difficili che emergono nella relazione professionale senza scappare o aggredire. Rabbia, paura, tristezza, sono emozioni che possono emergere tanto in noi quanto nelle persone che seguiamo e saper stare dentro tale intensità relazionale senza perdere la professionalità è una competenza fondamentale. Matteo, assistente sociale in un servizio per famiglie, racconta di un colloquio particolarmente difficile con una madre che aveva trascurato gravemente i suoi figli. “Era furiosa con me, mi accusava di volerle distruggere la famiglia, urlava che non capivo niente della sua situazione. La mia prima reazione è stata difendermi, giustificare il mio operato. Poi ho capito che dietro quella rabbia c’era una donna disperata che si sentiva giudicata e incompresa.” Matteo ha acquisito la consapevolezza che l’aggressività che incontra raramente è personale, ma piuttosto è indirizzata al ruolo istituzionale che incarna. “Ho iniziato a rispondere all’emozione invece che al contenuto. ‘Vedo che sei molto arrabbiata, immagino quanto possa essere difficile trovarsi in questa situazione.’ Questo approccio ha cambiato completamente la dinamica del colloquio.” L’intelligenza emotiva si manifesta anche nella capacità di utilizzare le emozioni positive come leva per il cambiamento. Troppo spesso nel lavoro sociale ci concentriamo sui problemi, sui deficit, sulle mancanze.  Francesca, educatrice in un centro diurno per anziani, ha fatto di questo principio la sua filosofia di lavoro. “Invece di concentrarmi su quello che i nostri ospiti non riescono più a fare, mi concentro su quello che li fa ancora sorridere, su quello che accende la loro curiosità, su quello che risveglia i loro ricordi positivi.” Francesca racconta di Giuseppe, ottantadue anni con demenza iniziale, che per settimane era stato apatico e poco collaborativo. “Un giorno ho notato che si illuminava quando sentiva una certa canzone alla radio. Ho iniziato a utilizzare la musica come aggancio per entrare in contatto con lui. Attraverso le canzoni della sua giovinezza, Giuseppe ha iniziato a raccontare storie, a partecipare alle attività, a sorridere di nuovo.” L’intelligenza emotiva è anche la capacità di riconoscere quando le emozioni proprie o altrui stanno diventando troppo intense per essere gestite nel contesto della relazione professionale. Saper chiedere aiuto, saper indirizzare verso altri professionisti, saper riconoscere i propri limiti emotivi non è mai un fallimento. Davide, psicologo in un servizio per adolescenti, racconta di una situazione in cui questa competenza è stata fondamentale. “Seguivo un ragazzo che aveva vissuto traumi molto simili a quelli che avevo vissuto io nella mia adolescenza. Inizialmente pensavo che questa somiglianza mi rendesse più empatico, più capace di comprenderlo. Invece mi sono accorto che mi stava riattivando emozioni personali che interferivano con la mia capacità di aiutarlo.” Davide ha riconosciuto che la sua reazione stava diventando controproducente e ha deciso di passare il caso a un collega. “Non è stato facile ammettere che non potevo seguire quel ragazzo, ma ho capito che proteggere la relazione terapeutica era più importante del mio ego professionale. Il ragazzo ha fatto grandi progressi con la mia collega, che poteva offrirgli quella neutralità che io non riuscivo a garantire.” La capacità di auto-osservazione e di riconoscimento dei propri limiti è forse uno degli aspetti più maturi dell’intelligenza emotiva professionale. Richiede onestà verso se stessi, umiltà professionale e soprattutto la consapevolezza che prendersi cura delle proprie emozioni è un modo per prendersi cura della qualità del servizio che offriamo. Imparare l’intelligenza emotiva rappresenta un processo continuo di crescita personale e professionale che richiede pratica, riflessione e supervisione. Ogni caso ci insegna qualcosa di nuovo sulle emozioni umane, ogni relazione professionale ci offre l’opportunità di affinare la nostra capacità di leggere e gestire la complessità umana. Laura, con vent’anni di esperienza nei servizi sociali, riflette su questo percorso: “All’inizio pensavo che l’intelligenza emotiva fosse un talento naturale: o ce l’hai o non ce l’hai. Poi ho capito che è una competenza che puoi sviluppare, che puoi allenare, che puoi perfezionare. Ogni anno che passa mi sento più capace di stare dentro alla complessità emotiva del mio lavoro, non perché divento più dura, ma perché divento più saggia.”

La saggezza emotiva si costruisce attraverso l’osservazione sistematica delle proprie reazioni e di quelle degli altri, attraverso la riflessione su cosa ha funzionato e cosa no in determinate situazioni, attraverso il confronto con colleghi e supervisori e attraverso la formazione continua su questi temi. Tutto ciò non rende il lavoro sociale più facile, anzi, spesso lo rende più complesso perché ti espone a livelli di profondità relazionale che possono essere impegnativi. Ma lo rende infinitamente più efficace, più soddisfacente, più umano. Riflettendoci bene, nel nostro lavoro, le competenze tecniche ti permettono di fare il tuo dovere, ma l’intelligenza emotiva ti permette di fare davvero la differenza.

Nota

Le storie raccontate in questo articolo parlano di Anna, Marco, Silvia e altri colleghi. Non sono i loro veri nomi, e alcuni dettagli sono stati modificati per proteggere la privacy di persone e situazioni reali. Tuttavia, ogni esempio nasce dall’osservazione diretta delle dinamiche che caratterizzano quotidianamente il nostro lavoro.

Bibliografia

Goleman, D. (2011). Intelligenza emotiva. BUR Rizzoli.

Mayer, J. D., & Salovey, P. (1997). What is emotional intelligence?. In P. Salovey & D. Sluyter (Eds.), Emotional development and emotional intelligence: Educational implications. Basic Books.

De Beni, M. (2008). Prendersi cura delle emozioni. Intelligenza emotiva e relazioni di aiuto. Città Nuova Editrice.Dini, O., & Penso, W. (2014). Intelligenza emotiva e lavoro sociale. Carocci Editore.

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