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Martina entrò nella sala ricreativa. Aveva ventotto anni e lavorava nel servizio  da tre. Davanti alla macchinetta del caffè, c’era Sofia. Cinquantadue anni, trent’anni di esperienza sulle spalle, lo sguardo di chi ha visto tutto e conserva ancora quella passione professionale originaria, ma anche una certa dose di stanchezza. “Ciao Martina,” la salutò Sofia, spostandosi per farle spazio. “Ciao Sofia. Che giornata.” “Anche per te?” Sofia sorrise. “Pensavo fossi più veloce di noi con tutti quei programmi che usi.” Martina premette il pulsante del caffè. “I programmi non cambiano il fatto che stamattina ho avuto due colloqui difficili e un’emergenza abitativa da risolvere.” “Già,” rispose Sofia, sedendosi al tavolino vicino alla finestra. “A proposito… ho visto che durante l’équipe di ieri prendevi appunti in modo diverso. Stavi usando uno di quegli assistenti di intelligenza artificiale, vero?” Martina la raggiunse. “Sì. Mi aiuta a strutturare meglio le note mentre ascolto. Così non perdo nessun dettaglio importante.” Sofia rimase in silenzio per un momento, girando il cucchiaino. “Vedi, Martina, è proprio questo che non riesco a capire. Noi lavoriamo con le persone. Con le loro storie, le loro fragilità, le loro vite spezzate. Come può un computer capire la complessità di una famiglia multiproblematica? Come può cogliere il linguaggio non verbale durante un colloquio?” Martina appoggiò la tazzina. “Hai ragione, Sofia. E infatti l’AI non sostituisce quella capacità. Io uso questi strumenti per liberare spazio mentale. Sai quante volte arrivo a sera con la sensazione di aver corso tutto il giorno ma di non aver realmente ascoltato nessuno?” “Tutti i giorni,” ammise Sofia. “Ma affidare il nostro lavoro a una macchina…” “Non è questo,” la interruppe dolcemente Martina. “Quando devo scrivere una relazione, l’AI non la scrive al posto mio. Le do i dati, le mie osservazioni, le mie valutazioni professionali. Lei mi aiuta a strutturarle in modo più chiaro.” Sofia scosse la testa. “E la privacy? Le informazioni sensibili? Le carichi su internet?” “No, assolutamente. Uso sempre versioni che rispettano il GDPR, anonimizzando completamente i dati. Niente nomi, niente informazioni identificative. Solo pattern e strutture.” Sofia guardò fuori dalla finestra. “Sai, Martina, io ho imparato questo lavoro scrivendo relazioni a mano. Riflettendo su ogni parola. La fatica di trovare le parole giuste era parte del processo di comprensione del caso.” “E quella dimensione non l’ho persa,” rispose Martina. “Anzi. Delegando la parte di formattazione a uno strumento intelligente, ho più energia e tempo per dedicarmi a quello che fa la differenza: ho potuto dedicare un’ora intera a pensare al progetto di intervento, invece di perdermi nella stesura del documento.” “Ma non diventiamo dipendenti? Cosa succederebbe se la tecnologia non funzionasse più, improvvisamente?” Martina sorrise. “Mi fai pensare a quando il genere umano ha iniziato a usare il computer invece della macchina da scrivere. Chissà le resistenze di allora?” Sofia rise. “Touché. La mia responsabile diceva che i computer ci avrebbero reso tutti pigri. Eppure eccoci qui.” Il silenzio che seguì fu ricco di pensieri. “Ho paura,” disse Sofia dopo un po’, “che i giovani colleghi si affidino troppo a queste “diavolerie” e perdano la capacità di pensare autonomamente.” “È un rischio reale,” ammise Martina. “Ma guarda me: uso l’AI ogni giorno, eppure sono qui che discuto con te, che ti chiedo un parere, che cerco un confronto. L’intelligenza artificiale può darmi suggerimenti, ma non può dirmi se ho colto davvero il bisogno di quella famiglia. Per questo ho bisogno di colleghi come te.” Sofia la guardò con un’espressione nuova. “Bene. Almeno su questo siamo d’accordo. Ma dimmi: questi strumenti possono davvero aiutarci contro il burnout? Perché io, dopo trent’anni, sento il peso di ogni caso.” “Non tolgono la fatica emotiva, per questo esiste la supervisione.” rispose Martina. “Ma riducono il peso burocratico che non aggiunge nulla alla relazione d’aiuto.” Sofia annuì lentamente. “E tu cosa fai, esattamente, con questa intelligenza artificiale?” “La utilizzo per preparare le riunioni, per fare brainstorming quando un caso mi sembra in una fase di stallo, oppure per controllare che le mie relazioni siano chiare.” “E funziona?” “Quando sono le otto di sera e devo ancora finire una relazione urgente, avere uno strumento che mi aiuta a mantenere la lucidità… sì, fa la differenza.” Sofia girò di nuovo il cucchiaino nel suo bicchiere ormai vuoto. “Forse dovrei provare. Non dico che cambierò il mio modo di lavorare, ma… forse potrei capire meglio.” “Ti andrebbe se ti mostrassi come la uso? Senza pressioni.” Sofia sorrise. “Sì. Ma non dire in giro che sto diventando moderna.” Martina rise. “Dirò solo che sei una professionista che non smette mai di imparare.”

Questo dialogo rappresenta una tensione reale che attraversa la nostra professione. Non uno scontro generazionale sterile, ma un confronto necessario tra chi ha costruito l’identità del servizio sociale con anni di esperienza sul campo e chi porta nuove possibilità. L’intelligenza artificiale è uno strumento che va compreso, domato, integrato nella nostra “famosa” cassetta degli attrezzi professionali. Sofia ha ragione quando solleva preoccupazioni sulla privacy, sulla dipendenza tecnologica, sulla possibile perdita di riflessività professionale. Non possiamo permettere che l’efficienza tecnologica eroda la qualità della relazione d’aiuto o comprometta la sicurezza dei dati sensibili che maneggiamo. Ma anche Martina sostiene un fatto veritiero, quando parla della fatica burocratica che toglie energie alla vera essenza del nostro lavoro. L’AI può davvero restituirci quello spazio per costruire relazioni autentiche con le persone che supportiamo quotidianamente. La chiave sta nella consapevolezza critica. Integrarla nella pratica professionale non semplifica il nostro ruolo. Lo rende più complesso e richiede una maturità ancora maggiore. Dobbiamo saper tracciare con precisione i confini: cosa possiamo delegare allo strumento e cosa deve rimanere esclusivamente nostro. La valutazione professionale, il giudizio clinico, la responsabilità deontologica, la dimensione relazionale sono territori che nessuna tecnologia potrà mai attraversare al posto nostro. Serve anche un’etica del suo utilizzo che non rimanga solo dichiarazione di principio, ma si traduca in regole chiare: protezione rigorosa dei dati personali delle persone che ci affidano le loro storie, trasparenza con utenti e colleghi quando necessario, supervisione costante su come questi strumenti stanno modificando, spesso in modo invisibile, il nostro modo di affrontare i casi, di prendere decisioni, di stare nella relazione professionale. Il futuro del servizio sociale non sarà rappresentato né da un ritorno nostalgico ai metodi del passato né da un’adesione acritica alla tecnologia, ma da un equilibrio dinamico, costruito caso dopo caso, conversazione dopo conversazione, in cui l’esperienza dialoga con l’innovazione senza che nessuna delle due prevalga sull’altra. Sofia e Martina hanno bisogno l’una dell’altra più di quanto pensino. Sofia custodisce quella profondità della riflessione che si costruisce solo con gli anni, la capacità di vedere la persona dietro il caso, anche quando la burocrazia rischia di nasconderla. Martina ci fa riflettere sul fatto che innovare non significa tradire le radici della professione, ma onorarle facendole evolvere, come il servizio sociale ha sempre fatto di fronte alle trasformazioni del tempo. L’intelligenza artificiale nel servizio sociale è già qui, nella nostra quotidianità. La vera questione consiste nel comprendere come integrarla in modo che amplifichi la nostra umanità professionale invece di consumarla lentamente. Come utilizzarla per liberare tempo, energie mentali ed emotive da dedicare a ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la capacità di entrare in relazione  con un altro essere umano nel momento nel quale sta attraversando la vulnerabilità e le pieghe più profonde della sua sofferenza.

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Nel prossimo articolo: “Riflessioni scomode.”