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Perché abbiamo deciso di lavorare come professionisti della relazione d’aiuto? La risposta che diamo solitamente è molto nobile: “per aiutare gli altri”, “per fare la differenza”, “perché mi appassiona il lavoro con le persone”. Ma se scaviamo più a fondo, al di sotto di queste motivazioni legittime, spesso troviamo qualcosa di più personale, di più intimo. Qualcosa che ha a che fare con i nostri “fantasmi” del passato. Nel 1951, lo psichiatra Carl Jung coniò il concetto di wounded healer, il guaritore ferito, per descrivere un fenomeno che osservava costantemente nella sua pratica clinica: gli analisti erano spesso spinti a curare gli altri proprio perché loro stessi erano stati “feriti”. Jung scrisse una frase che dovrebbe essere incisa nella memoria di ogni operatore della relazione di aiuto: “È la sua stessa ferita che dà all’analista la misura del suo potere di guarire. Il concetto non era nuovo: affondava le radici nel mito greco di Chirone, un Centauro saggio e benefico, figlio di Crono e della ninfa Filira, che si distinse dagli altri Centauri bestiali per la sua profonda conoscenza della medicina, delle arti e delle scienze, diventando maestro di eroi come Achille ed Eracle. Tragicamente ferito da Eracle con una freccia avvelenata (sangue dell’Idra), la sua immortalità lo condannò a soffrire, finché non la cedette a Prometeo, morendo e venendo trasformato nella costellazione del Sagittario da Zeus, simbolo dell’archetipo del “guaritore ferito”.(Jung, 1951, Fundamental Questions of Psychotherapy).

Anche la psicoanalista polacco-svizzera Alice Miller, nel suo seminale lavoro Il dramma del bambino dotato (1979), ha esplorato una dinamica che riguarda i professionisti dell’aiuto. Per Miller, il “bambino dotato” non è necessariamente quello con un alto QI, ma piuttosto quello che ha sviluppato una capacità precoce e straordinaria di sintonizzarsi sui bisogni emotivi dei genitori, mettendo da parte i propri per ottenere amore e approvazione. Miller scrive: “Quando ho usato la parola ‘dotato’ nel titolo, non pensavo né ai bambini che ricevono voti alti a scuola né ai bambini talentuosi in modo particolare. Intendevo semplicemente tutti noi che siamo sopravvissuti a un’infanzia abusiva grazie a una capacità di adattarci anche a crudeltà indicibili diventando insensibili… Senza questo ‘dono’ offertoci dalla natura, non saremmo sopravvissuti” (Miller, 1981). Nella prima versione del suo libro, Miller rivelò qualcosa di ancora più interessante: molti di coloro che si preparavano a diventare terapeuti avevano sviluppato questa “sensibilità” proprio perché il loro primo “cliente” era stato il genitore che necessitava di un accudimento emotivo. Il bambino aveva imparato a leggere gli stati d’animo, a prendersi cura del genitore, e proprio questa competenza emotiva prematura diventava poi la base per la scelta professionale. La Miller ci fa riflettere sul fatto che la sensibilità che ci rende così efficaci nella relazione con le persone, la capacità di cogliere i segnali non verbali, di sintonizzarci sulle emozioni altrui è spesso la stessa che abbiamo sviluppato per sopravvivere in contesti familiari complessi. La ferita del guaritore, quindi, ha una natura duplice, come il pharmakon greco che significa contemporaneamente veleno e medicina. Da un lato, ci rende più empatici, più capaci di comprendere veramente la sofferenza dell’altro. Di contro, se non riconosciuta e non elaborata, può contaminarsi con la relazione professionale in modi insidiosi. La sensibilità che ci contraddistingue è anche la stessa che ci rende più esposti all’esaurimento emotivo e allo stress traumatico secondario. Questa è la tensione che dobbiamo imparare a gestire: la nostra “ferita” è sia la nostra forza che la nostra vulnerabilità. Cosa succede quando, ad esempio, un assistente sociale con una storia di abbandono lavora con un bambino in affido? Quando chi ha vissuto violenza domestica prende in carico una donna maltrattata? Quando, in effetti, la nostra storia personale riflette quella dell’utente? Jung lo aveva compreso chiaramente: “Le ferite del cliente attivano quelle dell’analista. L’analista reagisce, identifica ciò che sta accadendo e, in un modo o nell’altro, consciamente o inconsciamente, trasmette questa consapevolezza alla persona che sta analizzando” (Jung, 1982). In altre parole, la nostra “ferita” viene costantemente riattivata dal lavoro con le persone che soffrono. Se non ne siamo consapevoli, rischiamo di sovraidentificarci con l’utente proiettando i nostri bisogni non soddisfatti sulla relazione di aiuto, reagendo, ad esempio, con rabbia o frustrazione quando la persona assistita non segue il percorso che “dovrebbe” seguire. Ma se la ferita è inevitabile, e la sua riattivazione nel lavoro è costante, cosa possiamo fare? Jung offre una risposta chiara: “Potremmo dire, senza troppa esagerazione, che una buona metà di ogni trattamento che sonda in profondità consiste nell’auto-esame del medico, perché solo ciò che può mettere a posto in se stesso può sperare di mettere a posto nel paziente” (Jung, 1951). La supervisione professionale diventa, in questa prospettiva, lo spazio essenziale dove la “ferita” può essere riconosciuta, compresa e trasformata. È il luogo dove possiamo identificare quando la storia dell’utente sta riattivando la nostra, comprendere le nostre reazioni emotive intense come informazioni preziose, distinguere i bisogni dell’utente dai nostri bisogni proiettati, trasformare la vulnerabilità personale in sensibilità professionale consapevole, prevenire il burnout attraverso l’elaborazione continua. La supervisione deve rappresentare il contesto dove questa trasformazione avviene permanentemente, permettendoci di utilizzare i nostri trigger emotivi non come ostacoli ma come strumenti di comprensione profonda della relazione con la persona che supportiamo. Marie-Louise von Franz, la più stretta collaboratrice di Jung, affermò che “il guaritore ferito è l’archetipo del Sé e sta alla base di tutte le genuine procedure di guarigione”. In altre parole, la nostra “ferita” è la nostra risorsa più profonda e conseguentemente, Il guaritore ferito consapevole sa di non essere “superiore”, ma un compagno di viaggio che ha attraversato la sofferenza e che usa la propria esperienza di dolore come bussola per comprendere l’altro, per riconoscere i propri limiti.
È arrivato il momento di accogliere le nostre ferite invisibili come parte integrante del nostro saper fare. Non possiamo chiedere ai professionisti di immergersi nel dolore altrui se non creiamo contesti capaci di contenere e trasformare il loro. La metodologia, da sola, non basta: dietro gli strumenti operativi resta celato l’essere umano, con i suoi vissuti e le sue fragilità. In questo scenario, la supervisione professionale è il luogo sacro dove questa trasformazione avviene, in uno spazio di riconoscimento reciproco tra guaritori feriti che si accompagnano nel difficile compito di aiutare gli altri senza smarrirsi. Vi lascio con due domande utili alla riflessione: qual è la mia ferita? Me ne sto prendendo cura, o sto solo cercando di curarla attraverso gli altri?
Sitografia:
Carl Gustav Jung – Opere complete:
- Princeton University Press – Volume 16: The Practice of Psychotherapy
https://press.princeton.edu/books/hardcover/9780691097671/collected-works-of-c-g-jung-volume-16 - International Association of Analytical Psychology – Volume 16 Abstracts
https://iaap.org/resources/academic-resources/collected-works-abstracts/volume-16-practice-psychotherapy/ - Wikipedia – The Collected Works of C.G. Jung (Panoramica generale)
https://en.wikipedia.org/wiki/The_Collected_Works_of_C._G._Jung
Alice Miller – Il dramma del bambino dotato:
- Goodreads – The Drama of the Gifted Child
https://www.goodreads.com/book/show/4887.The_Drama_of_the_Gifted_Child - Sito ufficiale Alice Miller – Prisoners of Childhood (titolo originale)
https://www.alice-miller.com/en/prisoners-of-childhood/ - Amazon – The Drama of the Gifted Child: The Search for the True Self
https://www.amazon.com/Drama-Gifted-Child-Search-True/dp/0465012612 - Wikipedia – Alice Miller (biografia e opere)
https://en.wikipedia.org/wiki/Alice_Miller_(psychologist)
Approfondimenti sul concetto di Wounded Healer:
- Wikipedia – Wounded Healer
https://en.wikipedia.org/wiki/Wounded_healer
Depth Psychology Alliance – Jung and the Archetype of the Wounded Healer
https://depthpsychologyalliance.com/profiles/blogs/jung-and-the-wounded-healer
Nel prossimo articolo: “Decostruire il pregiudizio: la supervisione come archeologia del sé professionale”