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Era sera quando Carmen entrò nella sala riunioni per l’incontro d’équipe. Aveva trentacinque  anni e lavorava come assistente sociale nella comunità residenziale da sei. Intorno al tavolo c’erano gli altri operatori: due educatori, un’infermiera e la coordinatrice. “Dobbiamo parlare del caso di Marco,” iniziò la coordinatrice. “Ha avuto un’altra crisi questa settimana.” Carmen aprì la cartella. “Sì, lo so. Ero presente. Ho cercato di contenerlo, ma la situazione è degenerata rapidamente. Ho chiamato il servizio psichiatrico, ma non sono riusciti a intervenire subito.” Silenzio. Poi uno degli educatori commentò: “Bisognerebbe rivedere il progetto terapeutico.” “Certo,” rispose Carmen, “ma servirebbe il supporto della psichiatra. Ho provato a chiamarla tre volte questa settimana.” La coordinatrice sospirò. “Lo so che è difficile, Carmen. Ma dobbiamo gestire la situazione al meglio.” “Gestire come? Da sola?” le parole vennero fuori più ruvide di quanto volesse. “Scusate, ma io mi ritrovo sempre a dover prendere decisioni che andrebbero condivise prima. Quando Marco ha avuto la crisi, non sapevo se chiamare il 118 o aspettare. E non c’era nessuno con cui confrontarmi in quel momento.” L’infermiera abbassò lo sguardo. Gli educatori rimasero in silenzio. Erano tutti nella stessa situazione. Quella sera, tornando a casa, Carmen si sentiva svuotata. Non era la solita fatica fisica, quella che conosci quando hai corso tutto il giorno tra telefonate, colloqui e emergenze. Era qualcosa di più profondo: la stanchezza di chi ha dovuto decidere in autonomia, troppe volte, sapendo che ogni scelta fatta, potrebbe avere avuto delle conseguenze importanti. Il giorno dopo, durante la pausa caffè, si sedette accanto a Luca, l’educatore con più anni di esperienza. “Ti è mai capitato,” gli chiese, “di sentirti completamente solo in questo lavoro?” Luca rimase in silenzio per un momento. “Ogni giorno.” “Ma come facciamo? Come si fa a lavorare con persone che hanno patologie psichiatriche così complesse senza una vera rete di supporto?” “Ci si abitua,” rispose Luca, ma nella sua voce non c’era convinzione. “O almeno, si impara a far finta di niente.” Carmen scosse la testa. “Ma non dovrebbe essere così. Dovremmo avere supervisioni regolari, équipe multidisciplinari funzionanti, confronti con gli psichiatri. Invece siamo sempre lì a tamponare emergenze, a fronteggiare situazioni urgenti, senza mai poterci fermare a riflettere.” “Lo so,” ammise Luca. “Ma la verità è che la rete professionale di cui parliamo nei manuali… spesso esiste solo sulla carta.” Quella frase rimase sospesa nell’aria, la sentì come una verità che nessuno voleva pronunciare apertamente. Nei giorni seguenti, Carmen iniziò a osservare con occhi diversi il suo ambiente di lavoro. Si rese conto di quante volte si trovava a prendere decisioni in assenza di figure di riferimento, a dover mediare tra bisogni delle persone e limiti del servizio senza alcun supporto reale. Le riunioni d’équipe erano diventate rituali burocratici dove ognuno riferiva il proprio pezzo, ma non c’era mai un vero confronto. Le supervisioni erano saltate da mesi per “mancanza di budget”. Il neuropsichiatra passava una volta al mese, di corsa, per firmare le terapie. Una sera, dopo l’ennesima giornata pesante, Carmen scrisse a una collega che lavorava in un altro servizio: “Ti chiedo una cosa: anche da voi la rete professionale è praticamente inesistente? O è solo qui?” La risposta arrivò dopo pochi minuti: “Benvenuta nel club. Siamo tutti sulla stessa barca.” Quella risposta, paradossalmente, le diede un po’ di conforto. Almeno non era l’unica nella sua solitudine. Ma poi pensò: è davvero questo il meglio che possiamo fare? Rassegnarci all’isolamento professionale come se fosse inevitabile?

A mio parere, la solitudine nelle professioni di cura non è solo un problema individuale, è un problema sistemico che andrebbe affrontato con urgenza. Parliamo molto di lavoro di rete, di équipe multidisciplinare, di presa in carico integrata. Ma nella pratica quotidiana, soprattutto chi lavora nei servizi residenziali o territoriali, si trova spesso in una condizione preoccupante. Questo isolamento ha conseguenze gravi. Prima di tutto sul singolo operatore, che si trova davanti a situazioni complesse senza il necessario supporto tecnico ed emotivo, con il rischio concreto di burnout o malattie legate al sistema nervoso centrale. Ma anche sulle persone, che ricevono interventi frammentati, non coordinati, talvolta contraddittori. La domanda che dovremmo porci è: esiste davvero una rete professionale di supporto agli operatori? O è solo un concetto teorico che riempie i progetti ma non si traduce in prassi quotidiana? Secondo la mia personale esperienza, la rete, quando esiste, è spesso il frutto di relazioni personali che le colleghe e i colleghi costruiscono nel tempo, non di strutture organizzative pensate per favorire il confronto e il sostegno reciproco. È Carmen che chiama lo psichiatra perché ha il suo numero personale, non perché esista un protocollo di consulenza. È Luca che manda un messaggio alla collega del servizio vicino perché la conosce da anni, non perché ci siano canali istituzionali di comunicazione. Tutto questo crea un sistema fragile, dove la qualità del lavoro dipende dalla capacità individuale di tessere relazioni. E quando l’operatore è nuovo, o più giovane, o semplicemente più introverso, si trova ancora più solo. Le organizzazioni dovrebbero investire in supervisioni regolari, in momenti di confronto protetti, in consulenze specialistiche accessibili. Dovrebbero creare spazi dove la vulnerabilità professionale possa essere espressa senza vergogna, dove il dubbio non sia visto come incompetenza ma come segno di consapevolezza. Ma c’è anche un altro aspetto che va considerato: la cultura che abbiamo costruito. Nelle professioni di cura, esiste ancora il mito dell’eroe solitario. L’operatore che ce la fa sempre, che non chiede aiuto, che affronta tutte le circostanze.  Questa retorica ci danneggia profondamente. Ci impedisce di costruire reti autentiche, ci costringe a mostrarci sempre forti, ci isola nelle nostre difficoltà. In questo senso, la solitudine professionale è il risultato di scelte organizzative, di tagli ai servizi, di una cultura che valorizza l’autonomia a scapito della collaborazione. Occorre un cambio di rotta: dobbiamo pretendere supervisioni adeguate e costruire in tal modo reti informali di supporto tra colleghi, rivendicando il diritto alla vulnerabilità professionale.

Qualche settimana dopo quella conversazione, Carmen propose alla coordinatrice di organizzare un gruppo di supervisione mensile tra operatori di diverse comunità della zona. “Non so se avremo il budget,” rispose la coordinatrice. “Non serve budget,” replicò Carmen. “Serve solo la volontà di creare uno spazio dove possiamo confrontarci, condividere fatiche, scambiarci strategie. Un posto dove non dobbiamo fingere di avere sempre le risposte.” La coordinatrice la guardò con attenzione. “Pensi che potrebbe funzionare?” “Non lo so. Ma so che così, isolati, non possiamo andare avanti.”

Non so se Carmen sia riuscita a creare quel gruppo e a costituire quella rete che nei manuali esiste già ma nella realtà fatica a prendere forma. Ma sicuramente, in quel momento, aveva fatto qualcosa di importante: aveva dato un nome al problema, dando voce a quella solitudine che troppi operatori vivono in silenzio. E quando finalmente troviamo il coraggio di dire “ho bisogno di aiuto”,  scopriamo che non siamo soli. Tante colleghe e tanti colleghi aspettano solo che qualcuno rompa il silenzio per poter dire: ci sono anch’io.

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Nel prossimo articolo: “Il transfert nella relazione d’aiuto.”