Ascolta l’episodio:

https://open.spotify.com/episode/1f98YYjNBVpaAngo3UNcBr?si=lPcaHaSSQRyNf02qsEcrwQ

Una sera di novembre, Matteo entrò nell’ufficio di Daniela con un mazzo di fiori in mano. Lei alzò lo sguardo dal computer e qualcosa dentro di lei si irrigidì all’istante. “Sono per te,” disse, posandoli sulla scrivania. “Volevo ringraziarti per tutto quello che stai facendo.” Daniela lavorava come assistente sociale nel servizio da cinque anni. Seguiva Matteo da otto mesi per un progetto di reinserimento lavorativo dopo un periodo difficile legato all’ abuso di alcol. “Matteo, è un pensiero carino, ma non posso accettarlo. Puoi capirlo, vero? Il nostro è un rapporto professionale.” Lui rimase in piedi davanti a lei. “Lo so. Ma tu per me sei diventata importante.” “Matteo, possiamo parlarne?” disse Daniela, indicandogli la sedia. Lui si sedette, appoggiando i fiori sul tavolo, tenendo lo sguardo basso. “Cosa stai provando?” Matteo alzò gli occhi. “All’inizio venivo qui solo perché dovevo. Poi ho cominciato ad aspettare gli appuntamenti. A pensare a cosa dirti. E adesso penso a te anche quando sono fuori di qui. Mi chiedo cosa fai nel weekend. Se hai qualcuno. Se potremmo vederci da qualche altra parte.” “Quello che provi è legittimo,” disse Daniela. “Ma, in questo contesto, esistono dei confini che non si possono superare.” “Ma perché? Siamo persone. Una volta finito il percorso…” “No, Matteo. Anche quando il nostro lavoro insieme sarà concluso, io rimarrò la professionista che ti ha seguito.” “Quindi, per te, sono solo un utente. Un caso.” “No. Tu non sei ‘solo’ un utente. Sei una persona che ha intrapreso un cammino difficile. Ma proprio per questo devo mantenere il mio ruolo. Perché ciò ti permette di avere uno spazio sicuro dove poter crescere e dal quale ripartire.” “Sei stata l’unica a credere in me. L’unica a non giudicarmi.” “E continuerò a farlo. Quello che senti per me ha a che fare con l’accoglienza che hai trovato qui. È normale creare un legame forte, fa parte della professione.” Matteo rimase in silenzio. “Quindi cosa succede ora?” “Ora continuiamo il nostro lavoro. Se tu te la senti. Nulla cambia nel mio impegno verso di te.” “Ho fatto una figura di merda, vero?” “No. Hai avuto il coraggio di essere autentico. È un segnale di consapevolezza.” Matteo si alzò lentamente. “Va bene. Ci penso. Ma non so se riesco a tornare qui.” “Capisco. Prenditi tutto il tempo che ti  occorre. Io ci sarò comunque.” Lui uscì lasciando i fiori. Daniela rimase seduta guardandoli, chiedendosi se aveva gestito bene la situazione. Se Matteo sarebbe tornato. Il giorno dopo ne parlò con una collega. “Ti è mai successo che un utente confondesse il rapporto professionale con qualcosa di personale o sentimentale?” Sorrise con tristezza. “Più volte di quanto vorrei ammettere.” ” E ti sei mai chiesta se hai fatto qualcosa di sbagliato per crearlo?” “All’inizio sì. Poi ho capito che il transfert nasce proprio dal fatto che facciamo bene il nostro lavoro. Quando utilizzi un approccio basato sull’ascolto autentico e sull’accettazione incondizionata, la persona che stiamo supportando, sviluppa un forte attaccamento verso di noi. E’ normale. Ma il problema nasce  quando tutto ciò evolve in una forma romantica che non può essere corrisposta.” La settimana successiva, Matteo non si presentò all’appuntamento. Daniela gli mandò un messaggio: “Ti aspetto. Se hai bisogno di parlare, sono qui.” Nessuna risposta. Passarono due settimane. Poi, una mattina, Matteo si presentò in ufficio. Sembrava più magro, con occhiaie profonde. “Scusa per le settimane scorse. Avevo bisogno di pensare.” “Come stai?” “Non benissimo. Ho ricominciato a bere un paio di volte. Mi sentivo un idiota. Mi vergognavo. Ero arrabbiato. Pensavo che era meglio lasciar perdere tutto.” “E adesso?” “Adesso ho capito che avevi ragione. Quello che provo per te è un sentimento diverso dall’amore. Tu sei stata  la prima persona che non mi ha trattato come un fallito. E io ho confuso la gratitudine con qualcos’altro.” “Questa è una presa di coscienza importante, Matteo.” “Sì. Ma è stata dura arrivarci.” “Lo so. E sono contenta che tu sia tornato.”

Il transfert è una realtà del nostro lavoro, molto comune. È quel momento in cui l’utente sviluppa sentimenti che vanno oltre la relazione professionale. Gestirlo richiede un certo grado di equilibrio emotivo. E’ fondamentale riconoscere e legittimare il sentimento degli altri, tracciare un confine netto senza ambiguità, e spiegarne il perché. Daniela lo ha fatto bene: “Il mio ruolo ti permette di avere uno spazio sicuro dove crescere.” Ha trasformato il “no” da un rifiuto personale a una protezione professionale. Il transfert, in questo modo, può diventare un’opportunità. Può insegnare alle persone che supportiamo a riconoscere i propri pattern relazionali, a distinguere tra bisogni autentici e meccanismi di dipendenza. Daniela lo ha capito guardando i fiori sulla scrivania. Mantenere quel confine, per quanto doloroso, era l’unico modo per continuare a essere efficace nella relazione d’aiuto. Ora entrambi potranno riprendere il percorso con basi più solide.

Iscriviti alla Newsletter

Nel prossimo articolo: “L’intelligenza artificiale nel nostro lavoro”