Ascolta l’episodio:

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Era l’ora di pranzo quando Elena e Marta si sedettero nel piccolo ufficio che faceva da sala ristoro. Elena aveva trentadue anni e lavorava nel servizio da due. Marta ne aveva cinquantaquattro e ci lavorava da ventisette. “Hai visto l’annuncio?” chiese Elena mentre scaldava il suo tupperware. “Cercano un’educatrice per il nuovo centro diurno per adolescenti. Ho pensato di mandare il curriculum.” Marta alzò lo sguardo dalla sua insalata, sorpresa. “Ma perché? Qui sei appena arrivata.” “Proprio per questo. Voglio vedere realtà diverse, imparare approcci nuovi.” Marta scosse la testa. “Lo dicevo anch’io alla tua età. Poi capisci che cambiare non è così facile. Devi ricominciare da zero, ricostruire relazioni…” “Ma non ti pesa mai? Fare sempre le stesse cose?” Per un momento, negli occhi di Marta passò un’ombra. “Quando conosci bene un servizio sei più efficace.” Elena esitò. “Però… a volte mi sembra che tu faccia le cose in automatico. Come se non ci fosse più quella scintilla.” Marta posò la forchetta. “La scintilla è una cosa da giovani, Elena. Dopo vent’anni, resta solo la competenza.” “O forse ci siamo talmente abituate che non riusciamo più a immaginare altro?” Marta si alzò, gettando il contenitore nell’immondizia con più forza del necessario. “È facile parlare quando hai trent’anni e nessun figlio da mantenere. Io ho un mutuo, mia madre anziana e altre responsabilità. Non posso permettermi di rischiare.” “Ma chi ti dice che sarebbe un rischio?” “Che cosa?” la interruppe Marta, la voce tagliente. “Secondo te sono stata un’idiota a restare qui per ventisette anni? Ho sprecato la mia carriera?” Elena si avvicinò con cautela. “Non volevo dire questo. È solo che mi dispiace vederti così stanca. Così spenta.” Il silenzio riempì la stanza. Poi Marta si sedette di nuovo, come se le forze l’avessero abbandonata. “Lo sai cosa mi fa più paura? Non è ricominciare e imparare cose nuove.” “Cosa?” “È scoprire che forse non sono più brava come pensavo. Qui sono la veterana, quella a cui tutti chiedono consigli. Ma se vado altrove? Se scopro che il mio modo di lavorare è superato?” Elena si sedette accanto a lei. “O forse potresti scoprire nuove competenze che neanche immagini.” Marta la guardò, gli occhi lucidi. “È questo che mi sono detta per anni. Ma più passa il tempo, più quella vocina si fa debole. E la paura diventa più forte.” “E se provassimo insieme? C’è quella inserzione per un servizio di assistenza domiciliare. Potremmo candidarci entrambe.” Marta rise, ma era una risata amara. “A cinquantaquattro anni? Chi vuoi che mi prenda?” “Un servizio che cerca esperienza, sensibilità, capacità di gestire situazioni complesse. Tutte cose che tu hai maturato nella tua carriera.” Replicò Elena. Marta rimase in silenzio. Poi sussurrò: “Ho paura, Elena.” “Lo so. Ma forse è proprio questa paura che merita di essere ascoltata. Non per lasciarci paralizzare, ma per comprendere cosa vuole comunicarci.”

A mio parere, nel nostro lavoro, uscire dalla comfort zone non è solo consigliabile. Diventa necessario. Le professioni di cura richiedono creatività, flessibilità, capacità di adattamento, ma anche mettersi in discussione e  guardare ogni situazione con occhi nuovi. Quando ci arrocchiamo nello stesso servizio per decenni, rischiamo di perdere proprio le competenze appena citate, cadendo nella trappola di vedere le persone attraverso categorie consolidate, di rispondere con soluzioni preconfezionate ai loro bisogni o alle loro richieste e infine di perdere la capacità di stupirci. Non sto dicendo che bisogna cambiare ambito di lavoro ogni anno. La continuità ha un valore, permette di costruire relazioni profonde, di affinare competenze specifiche. Ma questa consapevolezza dovrebbe essere figlia di una scelta attiva, non di una rinuncia passiva che fa perdere il senso della nostra identità, personale e professionale. E poi c’è un aspetto che raramente viene considerato: restare troppo a lungo, nello stesso luogo di lavoro, può diventare un problema anche per il servizio stesso. Si creano dinamiche di potere cristallizzate, routine intoccabili, resistenze che paralizzano ogni innovazione. Naturalmente ci sono situazioni in cui cambiare è oggettivamente difficile. Vincoli familiari, territoriali, economici. E questo è un problema strutturale che le organizzazioni dovrebbero affrontare, creando mobilità interna, percorsi di rotazione e opportunità di formazione. Ma quando la ragione principale è rappresentata dalla nostra paura, allora dobbiamo interrogarci. La paura è un segnale importante, ma non dovrebbe decidere per noi. La comfort zone non ci rende felici, ci rende solo meno stanchi. Ci alleggerisce dal peso del cambiamento, ma annulla definitivamente la possibilità di crescere. Il cambiamento ci insegna che le nostre competenze sono radicate in noi stessi, non nei luoghi che abitiamo professionalmente. Ricominciare non significa abbandonare ciò che abbiamo costruito, ma metterlo a frutto in contesti nuovi, arricchendolo di prospettive diverse. Le professioni di cura richiedono esattamente questo: la capacità di uscire continuamente dalla propria zona di sicurezza per incontrare l’altro nella sua unicità. E se non siamo capaci di farlo per noi stessi, come possiamo accompagnare gli altri nei loro percorsi di trasformazione? Non sto dicendo che tutti debbano cambiare. Ma almeno, concederci la libertà di considerarlo possibile. Di non escluderlo a priori. Di chiederci: se non avessi paura, cosa farei? Quel giorno, nell’ufficio che faceva da sala ristoro, Marta guardò Elena negli occhi e disse: “Ok. Candidiamoci insieme.” Non so se alla fine Marta abbia davvero risposto a quella inserzione. Non so se abbia cambiato servizio o sia rimasta dov’era. Ma sicuramente in quel momento, nel suo sguardo, c’era qualcosa di diverso: una scintilla di possibilità. E forse è proprio questo il primo passo: concedersi di immaginare che le cose possano essere diverse. Non necessariamente migliori, ma diverse. Essere protagonisti del cambiamento, non testimoni passivi.

E quando finalmente troviamo la forza di attraversare quella porta, scopriamo che dall’altra parte non c’è il vuoto. C’è solo un’altra opportunità di essere ciò che siamo sempre stati: persone che hanno scelto di dedicare la propria vita alla cura degli altri. E che, proprio per questo, hanno il dovere di prendersi cura anche di loro stesse.

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Nel prossimo articolo: “La solitudine professionale”