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Nel dibattito professionale del lavoro sociale contemporaneo, la co-costruzione è diventata una parola d’ordine, quasi un mantra. Ma cosa stiamo costruendo e su quali basi? Se io, operatore, non conosco i miei pregiudizi, le mie categorie interpretative automatiche, le mie narrative professionali sedimentate, cosa sto davvero portando nella relazione d’aiuto? Non rischio forse di co-costruire con l’altra persona semplicemente riproducendo i miei schemi interpretativi e proiettandoli su di lei? Hans-Georg Gadamer, in “Verità e Metodo”, ha compiuto un’operazione radicale riabilitando il concetto di pregiudizio. Il filosofo tedesco parla di fusione di orizzonti: nella relazione di aiuto, il mio orizzonte di comprensione – fatto di teoria, esperienza, cultura professionale – incontra quello dell’altra persona, costruito sulla sua storia, il suo contesto, il suo vissuto. Ma questa fusione può realizzarsi solo se sono consapevole del mio punto di partenza. Se non riconosco i miei pre-giudizi, rischio di scambiarli per la realtà oggettiva, di vedere nell’altro solo la conferma di ciò che già pensavo.Michelangelo diceva che la statua è già nel blocco di marmo e che il suo lavoro non era aggiungere materia, ma eliminare il superfluo per farla venire fuori. La supervisione professionale che decostruisce fa esattamente questo: non aggiunge interpretazioni, tecniche, protocolli alla relazione, ma toglie gli strati di granitiche sicurezze che impediscono di vedere la persona che è già lì, davanti a noi. Come lo scultore rimuove il marmo in eccesso per rivelare la forma che è sempre stata lì, il supervisore aiuta a rimuovere le certezze interpretative per rivelare la relazione autentica che può emergere. C’è una differenza radicale tra negare di avere pregiudizi e de-costruirli. Negare significa mentire a se stessi, fingere una neutralità impossibile. De-costruire significa riconoscerli, smontarli per comprendere da dove vengono, analizzare i meccanismi che li producono. Non si tratta di proporre un nichilismo professionale o di evidenziare l’impossibilità di comprendere l’altro, ma parliamo di un’archeologia del sé professionale: scavare sotto le personali interpretazioni, nelle scorciatoie mentali che ci suggeriscono che “Questa tipologia di utente è così”, esaminare criticamente le categorizzazioni che si sono trasformate in gabbie cognitive.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, svela i meccanismi psicologici del fenomeno. Nel suo “Pensieri lenti e veloci” descrive come il nostro cervello funzioni attraverso due sistemi. Il Sistema 1 è veloce, automatico, intuitivo. Il Sistema 2 è lento, riflessivo, analitico. Il problema? Il nostro cervello preferisce il Sistema 1 perché è più rapido e richiede meno energia. Anche nella pratica lavorativa tendiamo ad affidarci a scorciatoie cognitive. L’ancoraggio, ad esempio, fa sì che la prima informazione ricevuta su un utente diventi il fattore che condiziona tutte le valutazioni successive. Il bias di conferma ci porta a cercare informazioni che confermano le nostre ipotesi iniziali, ignorando quelle che le contraddicono. L’effetto alone, invece, consiste nel far sì che un singolo tratto positivo o negativo tenda a colorare il nostro giudizio complessivo sulla persona. E’ interessante notare come questi meccanismi influenzano profondamente il nostro agire professionale quotidiano, più di quanto possiamo immaginare. Ad esempio, un operatore stanco, sotto pressione, con troppi casi da seguire, tenderà ancora di più ad affidarsi al Sistema 1. Le decisioni diventeranno più rapide, ma anche più soggette a distorsioni. Sospendere il giudizio, spogliare la relazione dalle sovrastrutture che la abitano sono approcci che richiedono molto coraggio, perché significa rinunciare a quella cheErvin Goffman chiama la facciata del professionista esperto, quella armatura di sapere categoriale che ci fa sentire legittimati e al sicuro,ma che può contribuire a cristallizzare l’identità stigmatizzata dell’altro. In questo senso, il sociologo americano, nel suo lavoro seminale “Stigma”, analizza cosa accade quando una persona porta su di sé un marchio sociale negativo. Lo stigma non è solo un’etichetta, è un processo che trasforma l’identità personale. Goffman introduce il concetto di carriera morale: il percorso attraverso cui una persona progressivamente lo interiorizza e lo adatta ad esso. Se tutti mi trattano come se fossi inaffidabile, smetterò di cercare di dimostrare il contrario; diventando così una profezia che si autoavvera. Decostruire le proprie convinzioni professionali è un atto etico perché è l’unico modo per non colonizzare l’altro con le nostre categorie di pensiero. Come direbbe, il già citato Gadamer, il pregiudizio non è eliminabile, ma deve essere riconosciuto e messo in gioco nella fusione degli orizzonti. Se non metto in discussione le mie pre-comprensioni sulla persona tossicodipendente, sulla madre maltrattante, sul minore deviante, finirò inevitabilmente per leggere l’altro attraverso i miei schemi di classificazione. La co-costruzione diventa allora una pratica mascherata: io ho già interpretato chi sei e cosa devi fare, tu collabori al progetto che ho pensato per te. Così la persona viene espropriata del proprio ruolo di protagonista e l’autodeterminazione, da principio fondante, si trasforma in formula retorica. Ma, se il fenomeno è inevitabile, strutturale, radicato nei nostri meccanismi cognitivi, cosa possiamo fare? La risposta è renderlo visibile, esserne consapevoli. Ed è qui che la supervisione diventa strumento essenziale, spazio protetto nel quale fermarci, riflettere e mettere in discussione i nostri “dogmi” consolidati. Dove Il metodo maieutico ci aiuta a ricercare l’incontro autentico prima dell’interpretazione stereotipata, permettendo così al professionista  di liberarsi dell’armatura delle certezze per scoprire cosa resta, quando smettiamo di sapere già chi è l’altro. Perché alla fine, la domanda che ci dobbiamo costantemente porre è: “Quali sono i nostri pregiudizi e in quale misura stanno influenzando le nostre scelte professionali?”.

Bibliografia

Gadamer, H.G. (1960). Verità e Metodo. Bompiani.

Goffman, E. (1963). Stigma. L’identità negata. Ombre Corte.

Kahneman, D. (2011). Pensieri lenti e veloci. Mondadori.

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